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Il blog personale di Cosimo Marasciulo
SOCIETA'
28 febbraio 2008
«Contro rom e rossi» Ultrà-fascisti in guerra
Fascisti di notte e ultrà, quasi tutti della Lazio, di giorno. I ventuno protagonisti dell'ordinanza di custodia cautelare eseguita ieri mattina da Ros e Digos a Roma si dividono tra gli assalti nei «luoghi di ritrovo della sinistra» (al Csoa Forte Prenestino, ad un concerto di villa Ada o nelle frequenti ronde a San Lorenzo), quelli ai campi rom e l'organizzazione di trasferte in giro per l'Italia, per colpire le tifoserie avverse. Erano amici di Gabriele Sandri, l'ultrà laziale ammazzato da un agente della Polizia stradale l'11 novembre scorso, e quella notte erano nelle prime file dell'assalto alle caserme ed alla sede del Coni, seguiti alla morte del giovane tifoso. Si vedono al bar Excalibur di piazza Vescovio o nella vicina sede di Forza Nuova, la maggior parte di loro porta in curva Nord e sui giacconi i simboli della tifoseria «In basso a destra», ma, quando c'è da picchiare, chiama a raccolta anche i romanisti «Bisl, Basta infami solo lame». Quasi tutti hanno meno di venticinque anni e il leader dell'associazione a delinquere, Francesco Ceci, ha poco più di trent'anni. Qualcuno, come il coordinatore nazionale dell'organizzazione giovanile Lotta Studentesca Daniele Pinti, fa politica attivamente con Forza Nuova. Ventuno di loro sono finiti nel carcere di Regina Coeli: Fabrizio Ferrari (1985), Fabrizio Frioni (1983), Francesco Ceci (1976), Alessandro Petrella (1980), Matteo Nozzetti (1983), Marco Turchetti (1988), Pierluigi Mattei (1975), Emanuele Conti (1986), Andrea Attilia (1986), Roberto Sabuzi (1966), Daniele Pinti (1986), Francesco Massa (1969), Gianluca Colasanti (1985), Furio Natali (1965), Alessio Abballe (1976), Matteo Costacurta (1984), Alessandro Angeloni (1979), Alessandro Angeloni (1979), Alessandro Piras (1982), Stefano Caponera (1986), Alessio Mastrecchia (1982). Quattro avranno l'obbligo di firma durante le partite di calcio: Federico Giardina (1973), Gianluca Totonelli (1981), Martino Ferraiuolo (1982), ed Ennio Maria Di Filippo (1986). L'elenco di reati di cui dovranno rispondere è lungo, dall'associazione per delinquere, alla devastazione e saccheggio (con l'aggravante del terrorismo, per l'assalto alle caserme), ma anche violenza o minaccia a pubblico ufficiale, porto di oggetti atti ad offendere, lesioni personali aggravate, invasione di terreni o edifici, e incendio aggravato dalla violazione della legge Mancino.

Villa Ada, attacco pianificato
L'inchiesta dei pm romani Franco Ionta, Pietro Saviotti e Caterina Caputo, parte dall'assalto dello scorso 28 giugno a Villa Ada, durante il concerto della Banda Bassotti. Una aggressione programmata con cura dal gruppo di Francesco Ceci, «presso lo stadio Olimpico, verosimilmente nei pressi della manifestazione RomaEstate 2007», organizzata in piazza Vescovio e messa in atto subito dopo, attorno alle 2. «Circa 25 persone» racconterà il verbale di uno dei testimoni che provano ad entrare nella villa armati di «bastoni e coltelli» e «inneggiando al partito fascista ed al Duce». Prima dell'arrivo della polizia lanciano petardi contro i presenti e se ne vanno, lasciando a terra, ferite, due persone.
E' più o meno lo stesso gruppo, ad ottobre, che prova a mettere in atto l'unica occupazione «sociale» che Forza Nuova abbia cercato di organizzare a Roma negli ultimi tempi, scimmiottando senza riuscirci le Occupazioni non conformi di Fiamma tricolore. Con questi ultimi non corre buon sangue, per l'anniversario della strage di Acca Larentia (7 gennaio scorso) sono costretti a coordinarsi, ma poi litigano subito perché Ceci ed i suoi «hanno tentato di provocare incidenti, dopo la conclusione della cerimonia, dirigendosi verso la zona della via Appia nuova». Il 2 ottobre il gruppo di piazza Vescovio si presenta nell'immobile Atac di viale Etiopia, quartiere Africano: «Gli autori dell'occupazione - spiega l'ordinanza di 91 pagine firmata dal gip Guglielmo Muntoni - sostituivano i lucchetti d'ingresso dei locali dell'immobile ed affiggevano un cartello in metallo recante la scritta Forza nuova, federazione romana». L'occupazione dura poco, in dieci giorni è tutto finito.

L'assalto alle caserme
Il gruppo freme, ai primi di novembre pensa di organizzare un assalto al campo rom in cui viveva l'assassino di Giovanna Reggiani, la donna uccisa il 30 ottobre 2007 poco lontano dalla stazione Tor di Quinto. Un progetto rimasto nell'aria, anche se «il 2 novembre, al telefono con Alessio Abballe il Petrella si compiaceva entusiasticamente di una azione compiuta un ora e mezza prima a Torre Gaia da "dieci bravissimi... tutti coperti"». L'11 novembre Gabriele Sandri «viaggiava a bordo dell'autovettura di Turchetti Marco, detto anche Marco Ovo, indicato come uno dei capi insieme a Ceci e Attilia». Un poliziotto lo vede insieme agli altri tifosi, poco dopo una rissa con altri ultras, e, follemente, spara. La banda di piazza Vescovio si mobilita subito. Petrella chiama un amico: «Vojo brucià tutto» e l'intero gruppo partecipa al tam tam di quel pomeriggio. Sempre Petrella: «Non andate su, Gianluca, serve a gente qui, ce serve a gente qui a Roma, si va sotto lo stadio stasera, alle sei sei e mezzo loro.. credo che i romanisti già sanno». Nel pomeriggio si vedono a piazza Vescovio, poi partiranno tutti per lo stadio Olimpico. Non sono loro, non sono Ceci e i suoi, a governare la marea che si aggira attorno allo stadio, prima assaltando la caserma delle volanti di via Guido Reni, poi dirigendosi verso quella di porta del Popolo e infine attaccando la stazione dei carabinieri ed una sede del Coni. Ma loro, ci sono tutti, le immagini raccolte da polizia e carabinieri e le decine di intercettazioni telefoniche paiono bastare ad identificarli al centro degli assalti peggiori.
Li muove una voglia di rivalsa contro polizia e «compagni» lontana come la morte di Francesco Cecchini, ucciso dalle parti di piazza Vescovio nel 1979, che i Ros citano anche nel comunicato che annuncia la retata. Una fede fascista fatta di assalti più che di iniziative pubbliche. E lquella nell'ultrias «opposto» che, come spiega uno dei documenti sequestrati, «non ha miti nè fa di un gioco una ragione di vita, ma di certo sfrutta il palcoscenico che una partita di calcio offre per tirare fuori lo spirito ribelle che è in lui».

Sara Menafra su Il Manifesto del 27 Febbraio 2008
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